Ossezia, la guerra continua

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

(di Giulietto Chiesa, Megachip – da La Stampa)

Tzkhinval – La strada che scende verso Tzkhinval dal tunnel di Ruk era, nel primo tratto, interamente “ossetina”. Poi, dopo il villaggio di Shava, c’era una discontinuità composta di cinque villaggi interamente georgiani. Si chiamavano Kekhvi, Tamarasheni, Kurtà, Achabetti Superiore e Inferiore. Una specie di enclave dentro un’altra enclave. I georgiani avevano scelto Khekvi come capitale alternativa dell’Ossetia del Sud, e vi avevano installato un loro presidente, Sanakoev.
Il passato prossimo è d’obbligo perché adesso quei cinque villaggi non ci sono più, e nemmeno Sanakoev, fuggito chissà dove. Restano, unici intatti, gli edifici bianchi del “governo” di Tbilisi sulle alture.
Dalla macchina che ci porta veloce verso la capitale, quella vera, dell’Ossetia del Sud, si vedono solo rovine annerite dal fumo, macerie di case sventrate, tubature spezzate. Non una sola casa è rimasta in piedi, come se un tifone tropicale fosse passato sopra queste terre dove fino all’altro ieri abitavano cinquemila persone.
Ma non ci sono tifoni tropicali in Ossetia del Sud. Questi villaggi hanno subito la vendetta degli ossetini. Anche se non ci sono state vittime perché gli abitanti non armati, donne, vecchi, bambini, erano stati evacuati di notte, prima dell’attacco georgiano della notte tra il 7 e l’8 agosto.
La gente di Tzkhinval mi spiegherà, poco dopo, che una delle cause, la più immediata, effetto del furore vendicativo degli ossetini, fu proprio questa. “Se ne sono andati di notte, sapevano che saremmo stati attaccati, sapevano che eravamo le vittime designate e non ci hanno avvertito – dice piangendo Olesia Kadzhaeva, una giovanissima madre di due bambini che è riuscita a scamparla in quelle tre notti tragiche. – Erano nostri vicini, hanno lasciato che ci massacrassero”.
Tra l’ultimo villaggio georgiano e la periferia di Tzkhinval c’è un chilometro e mezzo. Sembra inpossibile ma una invalicabile frontiera di odio separava quelle comunità così vicine da sfiorarsi. Da decenni ormai.E la strada princiale era una trappola per gli ossetini che cercavano di fuggire verso il valico. Una trappola in cui sono morti a decine, e in cui sono morti anche decine di soldati delle colonne russe, prese nell’imboscata, che il 10 agosto avevano cominciato a scendere in soccorso degli ossetini.
Per evitare quella trappola mortale il governo di Tzkhinval aveva costruito una variante, la strada di Zarskoe, dal nome del villaggio principale, che consentiva di uscire dall’accerchiamento attraverso altre valli: due ore di tornanti per sfociare a Zhava e salire al valico sulla cresta.
Chiedo alla gente che mi si affolla intorno: ma se vi eravate accorti che l’attacco si stava preparando perché non siete fuggiti? Inna Guchmasova, Maja Zasseeva, altre due giovani madri, spiegano, con affanno e anche con un po’ di acrimonia, all’ospite straniero, che dovrebbe sapere e non sa, come quasi nessuno in occidente: “Certo che sapevamo! E infatti molti di noi a migliaia, sono stati evacuati, tra il 2 e il 7 agosto, in Ossetia del Nord. Perché l’offensiva, i primi cannoneggiamenti, erano cominciati allora. Tutti ci aspettavamo un assalto. Ma molti pensavano che fosse una delle solite provocazioni, qualche colpo di cannone, qualche sventagliata di mitragliatrice. Noi viviamo in queste condizioni da diciassette anni”.
“Io ci sono nata in questa guerra – dice Maja – ma non potevamo immaginare una guerra con bombardamenti aerei, e razzi grad che piovevano al ritmo incessante di uno ogni due o tre secondi”. Una donna più anziana si fa avanti nel crocchio e, guardandomi diritto negli occhi, mi apostrofa: “Lei ha un’idea di cosa si prova quando ti scoppia vicino un missile grad?”.
Sì, l’ho provato in Cecenia. Ma furono solo i due primi che colpirono il palazzo presidenziale di Dudaev. E mi bastò per tutta la vita.
Penso ai bambini, a quelli rimasti vivi, che hanno vissuto quel bombardamento. A centinaia sono adesso negli ospedali russi per “dimenticare” ciò che non dimenticheranno mai più.
Qui è stato un bombardamento di tre giorni interi. Con l’aggiunta di oltre cento tra carri armati e blindati che entrarono in città sparando a alzo zero contro le case, mentre la popolazione stava rintanata nei sottoscala. Alzo gli occhi. Sono nella piazza principale della città. Il palazzo del governo è un mozzicone annerito. Dietro, completamente sfondato da diversi razzi, il palazzo del parlamento. I vetri di tutte le case della città sono in frantumi; due mesi dopo le finestre sono ancora rappezzate con teli di plastica. Non c’è abbastanza vetro, per ora. Dormirò in una casa ancora in piedi, con la luce che arriva solo alle sette di sera, con i muri interni crivellati di proiettili di mitra. Dalla strada hanno sparato all’impazzata.
Due giorni in mezzo alle macerie di una città distrutta. Interi quartieri non esistono più. Case, già povere prima di essere colpite, rivelano le loro nudità di intonaci sbrecciati. Ma quello che balza agli occhi è che i georgiani non hanno solo bombardato la popolazione civile, le case della gente: hanno sparato con i cannoni contro tutti gli edifici pubblici di una qualche importanza. Distrutta l’università, colpiti gli ospedali, incendiata la biblioteca dove un anno prima avevo visto le prove di ballo di decine di ragazzi e ragazze in una pausa della guerra che sembrava lontana. Azzerare era evidentemente l’ordine, eliminare ogni traccia di convivenza civile.
Quanti i morti civili? I russi, per bocca del vice-ministro degli esteri Aleksandr Grushko, dicono 1682. Impossibile verificare, ma la quantità delle distruzioni è immensa. I carri armati georgiani, mi racconta la gente, si muovevano solo nelle vie più larghe, per evitare imboscate. E giravano le torrette sparando in tutte le direzioni. Vado a vedere la Prospettiva Alan Dzheov, ex via Lenin, ora dedicata a un martire della guerra di Gamsakhurdia, del 1991. Lunghe serie di case a un piano e mezzo, interamente demolite. La scuola n. 5 la stanno rimettendo in piedi adesso, ma è stata svemtrata in più punti, dall’alto e dal basso. Nel suo cortile l’ex campo di calcio era stato trasformato in cimitero: le vittime, tutti giovani e giovanissimi, avevano studiato in quella scuola. Anche il cimitero è stato colpito, sfondato, le lapidi di marmo, con le effigi delle decine dei caduti tracciate sul marmo , come quelle dei bambini morti a Beslan, con la tecnica della scultura fotografica, sbrecciate dalle schegge.
La città rivive poco per volta, come è già accaduto nel 1991, guerra di Gamsakhurdia, nel 1993, 2004, con Shevardnadze, e in questi ultimi anni con Saakashvili. L’Occidente, riunito a Bruxelles, raccoglie 4,5 miliardi di dollari di promesse per la “ricostruzione della Georgia”, che andranno – sempre che arrivino – tutti a Saakashvili, come premio per l’aggressione a una popolazione allo stremo che non vuole tornare sotto un potere che ha cercato di sterminarla. Una specie di contraddizione in termini per chi, come fa l’Europa, afferma di riconoscere l’integrità territoriale della Georgia. E allora, magari per insipienza, non ci accorgiamo che con questo comportamento riconosciamo che l’Ossetia del Sud non fa più parte della Georgia.
Questa tragedia, oltre che piena di bugie, è anche piena di paradossi. I russi, come promesso, si sono ritirati all’interno della nuova linea di frontiera. Stanno sulle alture e controllano da lontano. Vado sulla linea di demarcazione, dopo avere chiesto, invano, di parlare, almeno al telefono, con gli osservatori dell’Unione Europea. I miei accompagnatori ossetini mi dicono che hanno un solo numero telefonico dall’altra parte, e che non risponde. E’ domenica mattina. I soldati russi stanno a due chilometri dal confine, nel punto a sud-est della città, sulle alture da cui le truppe georgiane hanno martellato le case e le strade della città, prima di entrarvi l’8 agosto. La strada è ostruita da blocchi di cemento. Guardo con il binocolo, a lungo, dall’altra parte. A un chilometro si muovono le auto della polizia goergiana.
Dunque le forze armate ossetine si trovano a diretto contatto con quelle georgiane. E di osservatori europei nemmeno l’ombra. Abbiamo preso la responsabilità di controllare la zona cuscinetto, noi europei, ma non possiamo farlo con 225 osservatori su una frontiera di decine di chilometri che è contestata in tutti i punti e che passa in mezzo ai villaggi. Ad ogni momento può scoppiare un nuovo scontro. E infatti ogni giorno si spara. Un gruppo di ragazzi di Tzkhinval mi consegna un elenco con i nomi di 11 persone sparite nelle settimane dopo la fine della “guerra dei cinque giorni”. Quasi tutti giovanissimi, prelevati da gruppi armati non identificati che penetrano nel territorio dell’Ossetia del Sud. Vivi, morti, ostaggi, merce di scambio? Per ora silenzio.
Torno nella città che nessuno in occidente, ha chiamato “martire”. C’è un matrimonio in corso e, poco più oltre, il funerale di un giovane, ferito nei primi scontri dell’8 agosto, mentre a Pechino si aprivano le Olimpiadi.
Qui i giovani, nati in questa guerra di sterminio, si sposano prestissimo e fanno subito bambini. Una specie di resistenza “demografica” collettiva. Secondo il censimento dell’URSS del 1989 sul territorio georgiano vivevano 164 mila ossetini. Nel 2002 si erano ridotti a 38 mila. Un genocidio e una pulizia etnica che si sommano insieme, perché molti non reggono e fuggono in Ossetia del Nord.
Mi raccontano le gesta eroiche dei loro soldati, che combatterono con i fucili mitragliatori contro i blindati georgiani, costringendoli per tre volte a uscire da Tzkhinval, ancora prima che arrivassero i russi. Gli ossetini si considerano un popolo guerriero. In città si vedono girare i pick-up color grigio-verde catturati ai georgiani in fuga. Mi danno un cd con le fotografie delle distruzioni che gli assalitori hanno scattato con i loro telefonini. Testimonianze dirette del massacro, scattate dai massacratori che pensavano di portarle a casa come trofei e che non sono più tornati a casa.
Mi chiedono ansiosi cosa ne penso, mentre salgo sull’auto che mi porterà a Vladikavkaz, dai “fratelli ossetini” del nord . Penso che questa ultima guerra ha scritto la pagina finale. L’Ossetia del Sud non tornerà mai più sotto il governo georgiano. Quali che siano gli sforzi dell’Europa e degli Stati Uniti per affermare un principio che significherebbe il massacro finale degli ossetini. Fino a quel fatidico 8 agosto restava l’incertezza. Oggi la Russia, riconoscendo la sovranità di Tzkhinval, l’ha sciolta.
Questo il preludio lacerante di una storia di sangue che non è ancora finita.

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Violenze su due famiglie rom italiane

Riceviamo e pubblichiamo:

Una Bolzaneto rom a Bussolengo [Vr]
Gianluca Carmosino
[9 Settembre 2008]

Si erano fermati fuori del paese, vicino Verona, solo per mangiare. Sono stati picchiati, sequestrati e torturati dai carabinieri per ore. La loro testimonianza.

Venerdì 5 settembre 2008, ore 12. Tre famiglie parcheggiano le roulotte nel piazzale delle giostre a Bussolengo [Verona]. Le famiglie sono formate da Angelo e Sonia Campos con i loro cinque figli [quattro minorenni], dal figlio maggiorenne della coppia con la moglie e altri due minori, infine dal cognato Cristian Udorich con la sua compagna e i loro tre bambini. Tra le roulotte parcheggiate c’è già quella di Denis Rossetto, un loro amico. Sono tutti cittadini italiani di origine rom.

Quello che accade dopo lo racconta Cristian, che ha trentotto anni ed è nato a San Giovanni Valdarno [Arezzo]. Cristian vive a Busto Arsizio [Varese] ed è un predicatore evangelista tra le comunità rom e sinte della Lombardia. Abbiamo parlato al telefono con lui grazie all’aiuto di Sergio Suffer dell’associazione Nevo Gipen [Nuova vita] di Brescia, che aderisce alla rete nazionale «Federazione rom e sinti insieme».

«Stavamo preparando il pranzo, ed è arrivata una pattuglia di vigili urbani – racconta Cristian – per dirci di sgomberare entro un paio di ore. Abbiamo risposto che avremmo mangiato e che saremmo subito ripartiti. Dopo alcuni minuti arrivano due carabinieri. Ci dicono di sgomberare subito. Mio cognato chiede se quella era una minaccia. Poi cominciano a picchiarci, minorenni
compresi».

La voce si incrina per l’emozione: «Hanno subito tentato di ammanettare Angelo – prosegue Cristian – Mia sorella, sconvolta, ha cominciato a chiedere aiuto urlando ‘non abbiamo fatto nulla’. Il carabiniere più basso ha cominciato allora a picchiare in testa mia sorella con pugni e calci fino a farla sanguinare. I bambini si sono messi a piangere. È intervenuto per difenderci anche Denis. ‘Stai zitta puttana’, ha urlato più volte uno dei carabinieri a mia figlia di nove anni. E mentre dicevano a me di farla stare zitta ‘altrimenti l’ammazziamo di botte’ mi hanno riempito di calci.

A Marco, il figlio di nove anni di mia sorella, hanno spezzato tre denti? Subito dopo sono arrivate altre pattuglie: tra loro un uomo in borghese, alto circa un metro e settanta, calvo: lo chiamavano maresciallo. Sono riuscito a prendere il mio telefono, ricordo bene l’ora, le 14,05, e ho chiamato il 113 chiedendo disperato all’operatore di aiutarci perché alcuni carabinieri ci stavano picchiando. Con violenza mi hanno strappato il telefono e lo hanno spaccato. Angelo è riuscito a scappare. È stato fermato e arrestato, prima che riuscisse ad arrivare in questura. Io e la mia compagna, insieme a mia sorella, Angelo e due dei loro figli, di sedici e diciassette anni, siamo stati portati nella caserma di Bussolengo dei carabinieri».

«Appena siamo entrati,erano circa le due – dice Cristian – hanno chiuso le porte e le finestre. Ci hanno ammanettati e fatti sdraiare per terra. Oltre ai calci e i pugni, hanno cominciato a usare il manganello, anche sul volto.? Mia sorella e i ragazzi perdevano molto sangue. Uno dei carabinieri ha urlato alla mia compagna: ‘Mettiti in ginocchio e pulisci quel sangue bastardo’. Ho implorato che si fermassero, dicevo che sono un predicatore evangelista, mi hanno colpito con il manganello incrinandomi una costola e hanno urlato alla mia compagna ‘Devi dire, io sono una puttana’, cosa che lei, piangendo, ha fatto più volte».

Continua il racconto Giorgio, che ha diciassette anni ed è uno dei figli di Angelo:
«Un carabiniere ha immobilizzato me e mio fratello Michele, sedici anni. Hanno portato una bacinella grande, con cinque-sei litri di acqua. Ogni dieci minuti, per almeno un’ora, ci hanno immerso completamente la testa nel secchio per quindici secondi. Uno dei carabiniere in borghese ha filmato la scena con il telefonino. Poi un altro si è denudato e ha detto ‘fammi un bocchino’».

Alle 19 circa, dopo cinque ore, finisce l’incubo e tutti vengono rilasciati, tranne Angelo e Sonia Campos e Denis Rossetto, accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Giorgio e Michele, prima di essere rilasciati, sono trasferiti alla caserma di Peschiera del Grada per rilasciare le impronte. Cristian con la compagna e i ragazzi vanno a farsi medicare all’ospedale di Desenzano [Brescia].

Sabato mattina la prima udienza per direttissima contro i tre «accusati», che avevano evidenti difficoltà a camminare per le violenze. «Con molti familiari e amici siamo andati al tribunale di Verona – dice ancora Cristian – L’avvocato ci ha detto che potrebbero restare nel carcere di Verona per tre anni». Nel fine settimana la notizia appare su alcuni siti, in particolare Sucardrom.blogspot.com. La stampa nazionale e locale non scrive nulla, salvo l’Arena di Verona. La Camera del lavoro di Brescia e quella di Verona, hanno messo a disposizione alcuni avvocati per sostenere il lavoro di Nevo Gipen.

Per maggiori dettagli visitate
http://www.senzasoste.it/corpi-potere/denunce-e-foto.-rotto-il-silenzio-su-bussolengo.html
http://www.giornaleadige.it/IT/articolo.asp?articolo=3058
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